Di empatia si parla molto negli ultimi anni: è una delle soft skill più richieste in azienda e un tema ricorrente quando si fa formazione sullo storytelling. Esistono definizioni di empatia più o meno accademiche e più o meno sentite.

Per quanto mi riguarda mi trovo affine alla definizione che ne ha dato l’autrice e ricercatrice Brené Brown: l’empatia è sperimentare i sentimenti di qualcuno. Arriva dal tedesco “Einfühlung” (sentire dentro, letteralmente). Richiede una componente emozionale di reale immedesimazione in ciò che l’altra persona prova. Questo la differenzia dalla simpatia che, come afferma la Brown, significa comprendere le sofferenze altrui e farlo in modo ragionevole e lucido. Si tratta di una comprensione che parte dalla nostra mente e che fa appello alle conoscenze che già abbiamo. Ciò che rende diverse l’una dall’altra è una questione emozionale. La simpatia è più legata alla ragione, e mantiene una certa distanza emotiva, là dove l’empatia consente di entrare emotivamente nella vita di altri. Sono due approcci differenti agli altri che possono coesistere o sostituirsi a seconda di quanto ognuno di noi riesca ad allenare di più l’una o l’altra.

L’empatia è la connessione con altri esseri umani, quindi.

E per questo è, anche, la nostra opportunità. Quando l’empatia è usata nella vita di tutti i giorni, ci fa sentire più connessi l’uno all’altro. E quando ci sentiamo connessi a chi vive intorno a noi ci trasformiamo in esseri umani migliori.

Per quanto ci siano persone che sostengono di non essere empatiche, di fatto lo siamo tutti ed è solo una questione di limiti e di allenamento l’esserlo più o meno. Come esseri umani, infatti, siamo inclini all’empatia. È un fattore genetico. Immedesimarci nelle storie altrui è una propensione naturale che poi scegliamo di ascoltare o ignorare. Di tenere a un livello superficiale o di radicare.

Essere empatici è come leggere la mente

L’empatia è molto simile alla lettura della mente. Di fatto si tratta dell’abilità di mappare il terreno emozionale e mentale delle altre persone ascoltando le parole e osservando i movimenti del corpo. Più aspetti conosciamo di chi abbiamo di fronte e più riusciamo a entrare in empatia. Uscendo dall’astrattismo con cui spesso è trattato questo tema, alcuni neuro scienziati hanno evidenziato che le nostre risposte empatiche si rivelano non solo nelle relazioni consolidate ma anche in quelle con sconosciuti incontrati nella quotidianità. Persino le storie che leggiamo sui media provocano risposte empatiche in noi lettori.

I ricercatori Philip L. Jackson e Jean Decety hanno studiato i processi neuronali alla base dell’empatia. Quando vediamo qualcuno in difficoltà, per esempio, tendiamo a immedesimarci nella situazione. Questo processo è chiamato condivisione dell’esperienza. Mentre questa è frutto di un impulso automatico, un processo ancora più importante, che crea le basi dell’empatia, è l’assunzione di prospettiva. Osservare la vita altrui dal nostro punto di vista. È questo fenomeno che ci porta all’azione empatica.

Due processi, questi, che non ci rendono capaci di leggere la mente altrui ma certamente ci avvicinano più di quanto possiamo immaginare.

È stato Aristotele precursore di questo pensiero quando nella sua Poetica scriveva

“Ci sembra che due siano le cause, entrambe d’ordine naturale, che in sostanza danno origine all’arte poetica. Anzitutto è connaturato negli uomini sin da fanciulli l’istinto d’imitare; in ciò si distingue l’uomo dagli altri animali, perché la sua natura è estremamente imitativa e si procura per imitazione i primi apprendimenti. Poi c’è il piacere che tutti provano davanti alle opere: quelle cose che ci fanno soffrire quando le vediamo nella realtà, ci recano piacere se le osserviamo in immagini che siano il più possibile fedeli, come i disegni delle bestie più sordide o dei cadaveri.” 

Questa sorta di illusione suggestiona noi esseri umani favorendo l’identificazione con i personaggi e una forte partecipazione emotiva alle immagini. Così Aristotele spiegava il processo catartico della tragedia greca che lui basava fortemente sul concetto di imitazione (mimesis).   Non è molto distante da ciò che accade oggi con le notizie che leggiamo, le immagini su cui ci soffermiamo e le storie che ascoltiamo.

Condividere per sperimentare

La condivisione dell’esperienza, come spiegano gli scienziati moderni, avviene perché i sistemi neuronali del nostro cervello attivano la rappresentazione di una condizione scomoda e la conseguente percezione di come gli altri vivono quello stato. Per farla semplice: un modo per comprendere il dolore altrui è crearsi una propria immagine personale del fatto trasformandosi in protagonisti. Il nostro cervello ha la capacità di intrecciare la nostra e altrui esperienza perché siamo creature altamente sociali.

Il passo verso l’identificazione, a questo punto, è breve. Essere così tanto coinvolti in una storia da sentirsi parte di quello spazio e tempo, e così connessi ai personaggi tanto da vivere la loro stessa gioia o il loro dolore, genera in noi una reazione fisica.  Quando leggiamo storie, il nostro cervello attiva il processo di apprendimento, di cui scriveva anche Aristotele, per cercare similitudini con quanto letto in modo da comprendere la situazione.

Più si viene coinvolti in questo processo, più si è portati a cambiare la propria opinione e il proprio credo sul mondo reale. Si genera quell’effetto domino dirompente che ci spinge ad azioni mai pensate prima: per esempio donare una buona somma di denaro a una famiglia in difficoltà dopo aver letto storie di chi vive in condizioni di povertà. Ma anche, purtroppo, trovare che sia accettabile assumere atteggiamenti di rabbia e violenza contro un altro essere umano. La continua a e costante lettura di notizie stimola in noi l’assunzione di prospettiva.

Ecco spiegato in modo scientifico, perché non possiamo sottovalutare l’effetto che i media hanno sulla nostra mente e sulla nostra vita quotidiana.

Le notizie che leggiamo allenano la nostra empatia e ci spingono a farci un’idea della realtà. La direzione in cui volgiamo lo sguardo dipende, naturalmente, dal tipo di storie che leggiamo e da come permettiamo loro di entrare nella nostra vita.

Questa riflessione che abbiamo fatto insieme ci aiuta anche a comprendere il valore delle parole che noi stessi mettiamo in circolo. Non solo i contenuti prodotti dai media si intromettono nella nostra visione del mondo, accade anche con quelli che produciamo noi. Condividendo le notizie lette altrove o un messaggio a cui abbiamo dato vita noi stessi.

 

 

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