Il ruolo del pubblico nel giornalismo è fondamentale. Potrebbe apparire come un’affermazione scontata ma non lo è. È lì da vedere: nel mondo digitale e televisivo in particolare. Pensiamo di aver interiorizzato il concetto ma ne perdiamo consapevolezza ogni giorno di più. E questo lo dobbiamo anche al fatto che il pubblico ha completamente cambiato il suo ruolo, e con esso la propria responsabilità, rispetto all’informazione.

Oltre a riceverla, fa molto di più. Siamo ben lontani dall’idea di pubblico passivo che si limita a leggere, guardare e ascoltare. Oggi il pubblico entra in gioco in diversi momenti del flusso informativo: ha il diritto e dovere di valutare le fonti, di selezionare le informazioni che ritiene rilevanti per le sue esigenze e di interpretare il significato delle notizie. Inoltre, ha il compito di verificare la veridicità e l’accuratezza delle notizie che riceve. Siamo nell’epoca della disinformazione, del resto. E ancora, il pubblico condivide le notizie e partecipa alla conversazione pubblica.

Corinne Podger, direttrice di The Digital Skills Agency, afferma che siamo nell’era in cui abbiamo smesso di concepire i destinatari dell’informazione come pubblico e abbiamo cominciato a definirli “comunità”. Una trasformazione molto forte che fa percepire il cambio di rotta avvenuto negli ultimi anni.

“Osservo due grandi gruppi di redazioni: quelle che interagiscono attivamente e consultano i lettori prima di produrre contenuti, formati e prodotti e quelle che ancora non lo fanno”.

Ad avere la meglio, afferma la Podger, sono le prime. Sono loro, infatti, a creare una forte relazione di fiducia con il proprio pubblico.

Il tema della fiducia è cruciale per l’informazione

Chi consuma notizie ha bisogno di ritrovare onestà, etica, comprensione, speranza e visione. E una strada possibile è quella del giornalismo costruttivo e delle soluzioni che si è creato uno spazio consistente da quando la credibilità della stampa ha perso terreno. Lo afferma anche la prima ricerca condotta sull’audience da parte della società di media Smith Geiger e commissionata dal Solutions Journalism Network. L’indagine ha coinvolto 638 persone di età compresa tra i 18 e i 54 anni. Il primo dato interessante dell’indagine è che il 51% degli intervistati ha affermato di preferire storie di giornalismo delle soluzioni e costruttivo. Notizie, quindi, che partono dal contesto e dal problema per portare l’attenzione della narrazione alle soluzioni proposte. Di questa percentuale il 53% appartiene alla fascia di età dei 18-45 anni e il 47% a quella dei 45-54 anni. L’83% del totale degli intervistati, invece, afferma di fidarsi delle storie di giornalismo costruttivo e il 61% dichiara che questo tipo di narrazione è più interessante da leggere e ascoltare. Pur non trattandosi di un grande numero è sufficiente per attivare alcune riflessioni.

Che cosa convince del giornalismo costruttivo?

In primo luogo la possibilità di leggere storie che aiutano a fare la differenza nella propria comunità, quindi la profondità delle informazioni. A queste si aggiungono la proposta di un approccio differente dal mainstream e la qualità della narrazione. Ultimo dato interessante dell’indagine: “edificante” è stato il termine con cui il 52% degli intervistati ha definito il giornalismo costruttivo.

 

I sei criteri della fiducia

Questi dati hanno tutta l’aria di fare rima con il termine fiducia. E su questo vale la pena fare una riflessione partendo da un’altra indagine condotta, questa volta, dal 32 Percent Project dell’Agorà Journalism Center dell’Università dell’Oregon. Lo studio ha rilevato sei fattori critici che le persone ritengono debbano essere presenti per potersi fidare di un media.

  • Autenticità: i partecipanti hanno affermato che tendono a fidarsi dei giornalisti che ammettono di non sapere e non pretendono di offrire la verità assoluta.
  • Trasparenza: il pubblico ha la necessità di comprendere l’intera storia. Andare in profondità nella narrazione del fatto è ciò che viene richiesto. Si tende a non dare fiducia, invece, quando si percepisce un’imposizione di verità senza cura dei dettagli e delle sfumature.
  • Coerenza: i partecipanti all’indagine hanno evidenziato che sentono la necessità di percepire la correttezza e la coerenza da parte delle istituzioni a cui sono pronti ad affidarsi. Anche nella narrazione dei media, quindi, cercano questo aspetto.
  • Positività: la costante negatività delle notizie proposte mina la fiducia. Soprattutto quando quello che si legge sui media non corrisponde alla realtà che si vive quotidianamente.
  • Diversità: i cittadini desiderano specchiarsi nelle notizie. Affinché questo accada è importante garantire il rispetto di tutti gli esseri umani.
  • Missione condivisa: è forte il desiderio da parte del pubblico di impegnarsi e di sostenere le testate giornalistiche che condividono obiettivi e aspirazioni appartenenti alla comunità.

Come attivare la fiducia nell’informazione

La fiducia si attiva con la testa e con il cuore. Esiste una parte più razionale e una parte più emotiva.

Si arriva alla testa dei lettori con l’impegno rispetto alla verifica delle fonti, alla diffusione di dati contestualizzati, alla scelta di narrare le storie con cura e profondità.

Per poter arrivare al cuore, alla parte emotiva del pubblico, non dobbiamo far leva sulle emozioni di pancia come accade spesso nella diffusione di notizie. Quello che possiamo fare è lavorare sulla relazione. E in questo senso ci viene in aiuto proprio il mondo digitale che ha generato il calo di fiducia in questi anni. Le persone sono in rete. È lì che dialogano, che cercano le notizie, che si aspettano di capire cosa succede nel mondo.

È quando attiviamo questo dialogo che favoriamo la costruzione della fiducia. Una relazione tutta da costruire utilizzando gli strumenti più immediati che abbiamo a disposizione oggi. Tra questi la narrazione digitale: social network, newsletter personali, blog. È su queste piattaforme che possiamo mettere in circolo i nostri valori, i principi etici che ci appartengono come professionisti, le dinamiche del nostro lavoro.

Le persone vogliono conoscere come scegliamo le nostre storie e come decidiamo di raccontarle. E si chiedono anche il perché alcune storie non vengono raccontate o perché i media cambiano narrazione.

Siamo nell’era della condivisione ed è questa l’opportunità che abbiamo per costruire una relazione di fiducia con le persone. Se non accogliamo questa sfida corriamo il rischio di essere giudicati secondo pregiudizi e stereotipi che andrebbero, invece, abbattuti. Quando raccontiamo con autenticità e onestà nella piazza digitale stiamo offrendo una mano al nostro pubblico e gli stiamo dicendo che siamo pronti ad accogliere le loro domande, i loro dubbi, le loro necessità.
Se questa relazione continua a mancare le persone seguiteranno a trarre le loro conclusioni che, difficilmente, saranno a favore di chi fa informazione oggi.

Siamo pronti a fare questo passo? È la domanda che possiamo porci.

Non con l’obiettivo di difendere l’intera industria editoriale ma per offrire la nostra unicità di professionisti che hanno scelto una strada costellata da valori, etica, deontologia, rispetto, empatia.
Professionisti che hanno scelto di costruire relazioni.

“Inversione a U. Come il giornalismo costruttivo può cambiare la società” è il saggio-manuale che ti racconta tutto quello che fino a oggi si sa del giornalismo costruttivo.

  • Tra teoria e pratica.
  • Con onestà e passione.
  • Con cura e dedizione.

L’ho scritto con Mariagrazia Villa, docente di etica della comunicazione ed è uscito per Do It Human Editori.

Un lavoro di due anni di ricerche e studio. Perché il giornalismo costruttivo non si improvvisa.