Sottovalutare la gratitudine al lavoro è cosa alquanto comune. Come se il contesto professionale, in cui peraltro trascorriamo la maggioranza del nostro tempo, non possa godere di una forza così potente e della sua capacità trasformativa.

Credo che le ragioni vadano ricercate prima di tutto nella paura della vulnerabilità sebbene, negli ultimi anni, sia diventato chiaro quanto questa possa essere indicatore di forza e consapevolezza. Facciamo fatica ad aprirci con serenità e a mostrare apprezzamento per qualcuno o qualcosa. Come se farlo potesse in qualche modo farci apparire meno professionali. Arriviamo fino a nasconderlo a noi stessi: non siamo onesti fino in fondo e quando sentiamo emergere la gratitudine tendiamo a metterla a tacere. C’è, occorre dirlo, anche un timore profondo di alimentare la nostra mancanza di autostima a favore del valore di altri. Un territorio complesso che trova le sue radici in quel retaggio culturale che si basa sulla competizione e il confronto più che sull’intelligenza collettiva.

Una seconda ragione si annida nell’intensità con cui viviamo le giornate lavorative. Pressioni, frenesia, abitudini consolidate e to do list da affrontare. Sempre nascosti dietro al “non ho tempo per queste cose”. Ammesso che “queste cose” richiedano impegno extra. Non abbiamo nemmeno il coraggio di fermarci e accorgerci che, in realtà, applicare la gratitudine nella nostra comunicazione non richiede affatto più tempo ma più cura.

È una questione di attenzione.

Gratitudine sul lavoro: di cosa stiamo parlando

La gratitudine nel contesto professionale non si limita a un semplice grazie di circostanza, ma si estende a un riconoscimento attivo e consapevole delle azioni e degli sforzi dei colleghi o dei collaboratori. Ma aggiungerei anche di clienti, fornitori e partner. È un approccio che va oltre la mera cortesia, diventando un mezzo per sottolineare l’importanza del valore del singolo e del gruppo.

L’ambiente di lavoro è un terreno fertile dove la gratitudine può rappresentare il nutrimento essenziale che alimenta la crescita delle relazioni professionali. Esprimere gratitudine in modo consapevole non solo rafforza il legame tra le persone con cui si lavora, ma può anche influenzare positivamente la cultura aziendale. Diventa, in sostanza, una leva di trasformazione che, una volta attivata, può cambiare radicalmente la percezione del lavoro e delle persone coinvolte.

Mi piace dire che chi sceglie questa attitudine in modo costante e coerente, risulta irresistibile. Ed è così. È un effetto generato dalla sorpresa: se l’abitudine comune è sotterrare la gratitudine, quando la incontriamo espressa con coraggio ci conquista. E non è raro che si possa generare un circolo virtuoso che si riversa su ogni altro membro di un team, per esempio. A beneficio della produttività e della collaborazione.

 


Come promuovere la gratitudine sul luogo di lavoro?

Ognuno di noi desidera fortemente un ambiente lavorativo sereno e basato su valori umani come empatia, gentilezza e gratitudine. Ma non siamo disposti a agire di conseguenza. È un po’ sempre la stessa dinamica: pretendiamo ciò che non siamo disposti a dare.  Ed è così che ci perdiamo la grande opportunità di vivere bene e godere degli effetti straordinari di questa scelta.

Kim Cameron, fondatore del Center for Positive Organizations presso l’Università del Michigan,  ha condotto indagini decennali per arrivare alla conclusione che la gratitudine, insieme alle altre pratiche virtuose, contribuisce a migliorare la redditività, la produttività, l’innovazione, la soddisfazione del cliente, il senso di appartenenza dei dipendenti e collaboratori. 

Se la domanda che ci gira in testa è come fare per integrarla nella propria comunità professionale, consiglio subito di fare appello alla creatività. Una vera alleata per rintracciare abitudini, strumenti, suggerimenti e pratiche concrete. Jeremy Adam Smith, autore del libro The Gratitude Project ed editore del Greater Good Magazine dell’Università della California, Berkeley, ha delineato cinque suggerimenti per promuovere una cultura della gratitudine in ambito professionale facilmente adattabili anche al mondo digitale e alla comunicazione interna.

  • Si inizia sempre dall’alto. L’esempio resta sempre la cosa più importante: se i leader non praticano la gratitudine come pretenderla dai collaboratori? Potrebbe essere un’idea, suggerisce Smith, chiedere alle persone con cui si lavora quali sono le sue passioni e a cosa tiene. Io aggiungo che queste informazioni potrebbero essere colte con un po’ di attenzione in più verso le persone. Siamo capaci di svelare tutto di noi.
  • Ringraziare chi sta nell’ombra. Un buon primo passo è ringraziare chi svolge un lavoro meno visibile di altri. In questo modo si riconosce il valore dei compiti che si danno per scontati in un’azienda. Fatto davanti a tutti permette di dare una grande lezione di umanità oltre  che a mettere in evidenza come viene organizzato il lavoro. Si genera consapevolezza nel gruppo.
  • Come sempre, meglio la qualità. I comportamenti forzati producono squilibri personali e di squadra che alla fine minano la gratitudine. L’obiettivo non è obbligare le persone a essere grate ma è creare espressioni di gratitudine qualitative, spontanee e volontarie. Nel pieno rispetto del linguaggio scelto da ognuno.
  • Le riunioni sono una buona occasione. Si può iniziare con il cerchio della gratitudine che attiva subito un’energia potente. Si potrebbe chiedere, per esempio, di raccontare la cosa migliore successa nell’ultima settimana. Molto più efficace di un semplice e automatico “Come stai?”.
  • I periodi complessi si trasformano. La gratitudine aiuta a gestire lo stress, anche quello tipico ai momenti di cambiamento. Lo afferma anche uno studio pubblicato nel 2022 che ha analizzato la risposta allo stress di un gruppo di individui. La gratitudine è necessaria per suscitare emozioni positive perché ci aiuta a vedere il quadro generale o un orizzonte più ampio.

L’effetto George Bailey per una vita meravigliosa

Possiamo ricostruire le relazioni in un tempo in cui sembra che queste debbano soffrire a tutti i costi.

Si parla, tra i ricercatori che si dedicano allo studio della gratitudine da oltre 20 anni, dell’effetto George Bailey, iconico protagonista del film “La vita è meravigliosa” del 1946. Il tema è la repentina consapevolezza della verità: l’uomo, in un momento di disperazione, arriva a desiderare di non essere mai nato, ma un angelo gli mostra come sarebbe brutta la vita di tutte le persone a lui care se lui non fosse esistito. Tutto ciò che non aveva notato diventa chiaro. Per chi regge la lentezza del film (parliamo pur sempre degli anni ’40!) suggerisco di guardarlo. Lascia molte riflessioni interessanti che trovano forza negli studi condotti negli ultimi anni. Per molti è il miglior film di Frank Capra.

Siamo inclini a quello che gli psicologi chiamano adattamento edonistico. Ci adattiamo alle realtà, alle situazioni e a ciò che abbiamo conquistato nella vita. Mettiamo tutto nel baule della quotidianità, le rendiamo scontate e finiamo per dimenticarle. Vale per le cose positive: il lavoro che amiamo, una relazione di coppia, un oggetto che abbiamo tanto desiderato. Ma anche per quelle negative come un fallimento, un errore, una delusione, una difficoltà o una perdita. Perdiamo il contatto con queste esperienze e ci dimentichiamo sia le emozioni ad esse collegate che le lezioni imparate. Ci facciamo sfuggire l’opportunità di dargli valore finendo per trascurare le relazioni, assuefarsi alla routine e al possesso di oggetti e spazi. La gratitudine può fermare questo processo e aiutarci a ritrovare la connessione con ciò che abbiamo vissuto o conquistato e goderci a pieno la vita.

La gratitudine è un facilitatore. Un pezzo del puzzle facile da sperimentare, capace di dare spazio allo sviluppo di altre competenze come l’empatia, l’ascolto attivo, la gentilezza, la collaborazione.

È un’emozione profonda che potrebbe cambiare il modo in cui si percepisce la vita e la si vive.

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