Ma qualcuno condividerà il mio punto di vista? Saranno d’accordo con me?. Queste sono le domande ricorrenti prima di ogni corso di formazione. Me lo chiedo perché il mio più grande desiderio è quello di essere utile. A tal punto che in diverse occasioni se incontro i partecipanti al corso qualche ora prima, poi finisco per modificare le mie slide. Le sistemo aggiungendo quel qualcosa che è nato dalla condivisione e dal confronto. Se intercetto un bisogno provo a dare una risposta.

Nella mia vita ho sempre cercato di rispettare il mio sentire e di identificare la mia strada. Unica giornalista di famiglia: i miei ancora non si spiegano come mi sia venuto in mente. Talvolta mi sono sento controcorrente per le scelte fatte. Come quando propongo la gratitudine e la gentilezza in azienda, o divulgo il giornalismo costruttivo in un’epoca in cui la narrazione è polarizzata e distruttiva, o provo a far capire che empatia digitale non vuol dire vendere di più ma entrare in connessione con le persone. (Cercate l’hashtag #empatiadigitale e finirete tra le braccia di chi vi racconterà come convincere le persone ad acquistare da voi).

Le affronteremo tutte queste tematiche, ma ora torniamo ai momenti prima di una formazione. Mi è capitato che durante la cena precedente un incontro tra i sassi di Matera, io abbia condiviso le domande che aprono questo articolo con un manager di lunga esperienza. La sua risposta è stata incredibilmente utile per me. Ve la riassumo così: non devi chiederti se qualcuno sarà d’accordo o meno, non è quello che conta. Abbiamo tutti il compito di piantare dei semi. Qualcosa di solito accade.

Mettersi in gioco è davvero la grande opportunità che abbiamo

Abbiamo tutti il compito di piantare dei semi. Potenti queste parole. Lo sono proprio nella loro semplicità. Il concetto mi era chiaro da tempo per la verità, ma sarà stato l’Aglianico bevuto a tavola o il paesaggio della notte, di fatto ha avuto un forte impatto sulla mia mente. L’avevo detto che Matera è meditativa per me. E comunque, siamo sinceri, stiamo qui tutti i giorni a dirci che dobbiamo seminare il buono, l’utile, il valore. Ma poi lo facciamo? Quante volte siamo davvero disposti a metterci in gioco?

Non esiste altra specie, sulla Terra, che sappia condividere come sappiamo fare noi esseri umani. Siamo bravi in questo. Così bravi da poter far la differenza nella vita di altri. Tutto ciò di cui godiamo oggi è frutto di una proficua circolazione delle idee. Questa capacità di condividere ciò che apprendiamo ci consente di stabilire il prossimo passo verso l’evoluzione.

Si progredisce assieme, non ognuno per conto proprio.

Provate a prendervi 10 minuti oggi e a fare un elenco di libri che vi hanno ispirato, canzoni che amate cantare sotto la doccia o in auto, film che vi hanno divertito, spettacoli teatrali che vi hanno emozionato, scoperte che vi hanno facilitato la vita. E ora provate a immaginare quante cose straordinarie ci saremmo persi fino a qui se i donatori di questi regali preziosi si fossero fermati per il timore di non piacere. E quante ne perderemmo da qui in poi.

Ora scrivo una cosa forte. Non condividere è un atto di egoismo. Mentre stiamo lì a dirci che non vogliamo utilizzare i social network per raccontarci perché non amiamo parlare di noi, finiamo per darci in pasto al nostro stesso egoismo. Stiamo privando il mondo dei doni che possiamo offrire noi. Cosa ne pensate?

La condivisione è un atto di generosità.

L’umanità merita di progredire sulla base della propria condivisione. Insieme, ognuno con la propria esperienza e con il proprio sapere, possiamo generare il progresso concreto. E ora la domanda chiave da cui partire per aprire un’altra riflessione.

Cosa ci da fastidio delle condivisioni altrui nell’universo digitale?

Solitamente le risposte sono tre:

  • Tutti parlano di loro stessi: si vantano dei successi. Io non sono così.
  • Ognuno racconta quello che vuole senza essere in effetti utile. Non ne capisco il senso.
  • Tutto troppo patinato. La vita mica è così perfetta.

Ora, io non ho una ricetta magica da darvi, però una cosa voglio scriverla: se una o più di queste risposte sono quelle che dareste voi c’è solo una scelta da fare. Andare controcorrente. Solo così potremo offrire al mondo quei doni che rischiamo di tenere per noi per un eccesso di critica o per paura del giudizio.

Essere diversi da quel che c’è, oggi, è una opportunità.

Dobbiamo avere più fiducia in quello che pensiamo di poter dare. Possiamo puntare sulle nostre imperfezioni di essere umani, sull’utilità dei contenuti per gli altri, sull’esperienza che abbiamo fatto e sulla logica del “parlo a loro e non di me” che si chiama umiltà.

Il prossimo calendario editoriale costruiamolo su queste basi. E, se posso permettermi, smettiamo di perdere tempo a osservare cosa fanno gli altri. Quel tempo lasciamo che sia di ispirazione per ciò che possiamo fare noi.

Vi lascio con le parole dell’etologa e antropologa Jane Goodall dall’alto della sua saggezza di 90enne (sì, è la donna che ha abbracciato il Gorilla!):

“Ogni individuo conta. Ogni individuo ha un ruolo nel giocare. Ogni individuo fa la differenza”.

 

 

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