Io alla storia del piano B non ho mai creduto. Sinceramente non mi ha mai convinta del tutto. Perché mi è sempre parso che fosse un modo per scappare dal piano A. Questo pensiero si è risvegliato in me grazie all’intervista che Micol Sarfatti ha fatto a Chris Gardner su HuffingtonPost.it. Lui è l’uomo che ha ispirato Gabriele Muccino nel film “La ricerca della felicità”.
La storia forse la conosci. Racconta di un uomo che pur di rincorrere il suo sogno finisce a vivere per strada, lavarsi nei bagni pubblici e vivere di stenti con il suo bambino. Una storia molto forte che ha commosso chiunque abbia visto il film. Pensare che sia una storia vera colpisce ancora di più.
Chris Gardner, quello vero, è stato al World Business Forum di Milano. Da quando è diventato un vero guru del successo, gira il mondo raccontando la sua esperienza e dando consigli a chi vuole crederci.
Secondo lui chi riesce nella vita ha un unico segreto: ha creduto nel piano A. Nell’intervista all’HuffingtonPost.it – che vi consiglio di leggere – afferma che «il piano B non esiste e fa sempre schifo».
ChrisGardnerMi si è accesa una lampadina e ho pensato: «ha ragione!». Avere un piano B è l’alibi perfetto per non riuscire nel piano A. E’ la scusa, la giustificazione. Quando si ha una doppia scelta si finisce, spesso, per preferire la strada più comoda. Che nella maggior parte dei casi è il piano B. Perchè si tratta sempre di una scelta, ricordi?
Se voglio diventare uno scrittore e il mio piano B è l’azienda di famiglia significa che ho le spalle coperte e questo potrebbe portarmi a non impegnarmi a sufficienza per la realizzazione del mio sogno. Non è un piano motivante. E’ un piano accomodante.
Più che il piano B serve un piano “ponte”. Mentre lavoro al sogno di diventare uno scrittore faccio contabilità nell’azienda di famiglia per avere i soldi necessari a vivere serenamente. Questa un’altra cosa. Non è un piano B ma una scelta consapevole e matura per non buttarsi nel buio.
Il piano B ha qualcosa a che fare con il “mal che vada faccio…”. Capisci bene che questo non significa crederci abbastanza. Quando si cammina verso un sogno ci si crede, si agisce per farlo funzionare, si pensa “andrà bene e sarà un successo”.
Ok, lo so, stai pensando “e se andasse male che faccio?”. E io ti chiedo: “ma secondo te è sano pensarlo quando si parte?”. Secondo me è limitante. Se ti dai un tempo, definisci gli obiettivi – prova con la tecnica dello scalatore che ci ha raccontato Antonio Quaglietta – e lavori con determinazione e tenacia niente di più facile che il sogno si realizzi.
Non andrà cosi? Ci siamo dati un tempo e qualcosa non ha funzionato? Bene. In quel caso pensiamo a un nuovo piano A. Anche andare a lavorare nell’azienda di famiglia lo può diventare. Però nel frattempo è successo qualcosa: siamo cambiati, abbiamo imparato una lezione e probabilmente scopriremo che nell’azienda di papà possiamo fare molto di più di quello che pensavamo.
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E ora vi lascio con uno dei pezzi più belli del film “La ricerca della felicità”, quello in cui Gardner dice al figlio “Se hai un sogno lo devi proteggere”.

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